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Ecco come cambia il nostro organismo quando ingrassiamo

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I cambiamenti esterni sono quelli più evidenti. Ma è all’interno del nostro organismo che quando ingrassiamo avvengono i mutamenti più rilevanti in termini di salute. Alterazioni molecolari e metaboliche che si presentano velocemente anche se prendiamo giusto qualche chilo, e che (almeno in parte) spariscono altrettanto rapidamente dimagrendo. Conoscerle più a fondo permetterà di migliorare la prevenzione di malattie gravi e diffuse come il diabete, e aiuterà a contrastare l’obesità, considerata dall’Oms una delle più pericolose epidemie dei nostri giorni. Un’importante passo in avanti in questo campo arriva oggi dai ricercatori della Stanford University, che sulle pagine della rivista Cell Systems hanno presentato la più accurata analisi mai effettuata degli effetti metabolici e molecolari dell’aumento di peso sull’organismo umano.

·LA PAROLA ALL’ “OMICA”
Se il legame tra obesità e problemi di salute (come il diabete di tipo 2) è noto da tempo, meno chiaro è in che modo l’accumulo di grasso determini una maggiore suscettibilità allo sviluppo di queste patologie. E difficilmente – scrivono gli autori della ricerca – la risposta a queste domande potrà arrivare da singole scoperte o analisi. Più realisticamente, serviranno osservazioni approfondite che prendano in considerazione gli effetti del grasso su molteplici organi e sistemi, e a più livelli simultaneamente. Da qui la decisione di fare ricorso al vasto mondo delle scienze “omiche”, un neologismo che indica un insieme di discipline biomolecolari con cui è possibile indagare differenti categorie di molecole presenti in un organismo, o in un organo o tessuto, in un dato momento.

Discipline come la genomica, che studia i geni presenti nel Dna, o l’analisi del proteoma, cioè le proteine presenti nell’organismo. O ancora quella del microbioma, i batteri che abitano il nostro corpo, del trascrittoma con cui si analizzano i geni attivi in un dato momento, o del metaboloma, composto da tutte le sostanze che partecipano ai processi metabolici dell’organismo. Ed è ricorrendo a tutta questa batteria di test che i ricercatori di Stanford hanno deciso di affrontare il tema dell’obesità. “Il nostro scopo in questo studio era quello di caratterizzare a un livello ancora mai raggiunto i cambiamenti che interessano l’organismo quando si prende e si perde peso”, spiega Michael Snyder, genetista di Stanford che ha coordinato la ricerca. “E in effetti, al termine dello studio avevamo a disposizione letteralmente miliardi di misurazioni”.

·LO STUDIO
Alla ricerca hanno partecipato 23 volontari normopeso e sovrappeso (il loro indice di massa corporea era compreso tra 25 e 35), 13 dei quali presentavano anche insulino-resistenza, uno dei primi sintomi che possono portare allo sviluppo del diabete di tipo 2. I ricercatori hanno raccolto informazioni “omiche” dettagliate su tutti i volontari all’inizio dello studio, e hanno poi chiesto loro di seguire per un mese una dieta ipercalorica, per ripetere le misure al termine di questo periodo di ingrassamento forzato. Finita questa prima fase, i partecipanti (ingrassati in media di quasi tre chili) hanno seguito un nuovo regime alimentare studiato per perdere i chili in più, e una volta tornati al peso iniziale sono stati sottoposti nuovamente a tutta la batteria di test “omici”. In questo modo, i ricercatori hanno potuto osservare tutti i cambiamenti che avvengono nell’organismo quando si prende e quando si perde peso. Portando alla luce diverse informazioni interessanti.

·I RISULTATI
Per iniziare, le analisi effettuate all’inizio dello studio (prima della dieta ingrassante) hanno mostrato la presenza di specifici marker di infiammazione nei partecipanti affetti da insulino-resistenza. Alterazioni molecolari non presenti nei partecipanti sani, che – a parere di Snyder – in futuro potrebbero essere quindi utilizzate per identificare i pazienti maggiormente a rischio di sviluppare il diabete. Analizzando in seguito l’organismo dei 23 partecipanti al temine del periodo di sovra-alimentazione i marker di infiammazione erano comparsi anche nei partecipanti sani. In questi ultimi però l’ingrassamento ha determinato la proliferazione di un batterio intestinale chiamato Akkermansia muciniphila, di cui è noto l’effetto protettivo nei confronti del diabete di tipo 2. Una scoperta che potrebbe lasciar immaginare che il microorganismo svolga un ruolo importante nel tenere a bada gli effetti deleteri dell’ingrassamento. Ancora più interessanti, assicura Snyder, sono però gli effetti osservati sul sistema cardiocircolatorio.

·IL CUORE
Le analisi dell’espressione genica (il trascrittoma) al termine del periodo di ingrassamento hanno infatti evidenziato la comparsa di caratteristiche molecolari associate a un maggior rischio di sviluppare cardiomiopatia dilatativa, una patologia che può compromettere la capacità del cuore di pompare efficacemente il sangue. “È stata una vera sorpresa, non mi aspettavo che bastassero 30 giorni di sovra alimentazione per modificare completamente i pathway molecolari del sistema cardiocircolatorio”, sottolinea Snyder. “Ma in fondo è coerente con quello che sappiamo del corpo umano: si tratta di un sistema interconnesso, non di elementi separati, ed è quindi è normale osservare cambiamenti in tutti i sistemi dell’organismo quando si ingrassa”.

La buona notizia, conclude il genetista, è che questi e molti altri cambiamenti molecolari sopraggiunti con l’ingrassamento sono svaniti quando i partecipanti hanno perso peso al termine dell’esperimento. A confermare che non è mai troppo tardi per dimagrire, e migliorare la propria salute. Altre alterazioni, però, sono risultate
più persistenti. “I dati che abbiamo a disposizione non sono sufficienti per trarre conclusioni concrete dal punto di vista clinico – conclude Snyder – ma potrebbero indicare che alcuni degli effetti che ha l’ingrassamento sulla salute siano di lunga durata”.

 

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